martedì 18 giugno 2013

" Una libbra di porchetta per 24 soldi "

 Da prassi ormai, quando ci si avvicina al sabato e domenica è d'obbligo scegliere il menù di " fine settimana ". Più che un obbligo è un piacere veramente. Quel qualcosa che ti tiene occupata la mente e non ti fa pensare troppo ad altro. Un hobby come tanti.
Stavolta la scelta ( del capo di casa ) è caduta su una cosa abbastanza semplice, semplice perchè quello che ci veniva richiesto ovvero la sola cottura, in teoria non prevedeva nessun tipo di preparazione.
" Che ci vuole a cucinare al forno a legna una porchetta già pronta ? "
Niente di più sbagliato!!!!.
A complicare le cose entro di scena io, che con la mia solita mania di approfondire " Tutto ", mi armo di connessione internet e inizio la navigazione verso il campo di ricerca " maiale ". 
Si, perchè bisogna iniziare dal maiale per arrivare alla porchetta ovviamente !.
Allora, il maiale è quell'animale che più di ogni altro si delizia a giocarellare nello sporco, un pò come fa un bambino piccolo che gode ad imbrattarsi tutto.
Ma con una differenza. 
Al bambino " sporcaccione " si dà in senso educativo, del " così non si fa ", mentre al maiale si dà del " brutto ".
Ecco che scopriamo il secondo nome del maiale, ovvero il " brutto ".
Brutto ma buono.   Plinio a proposito ci racconta che il porco aveva 50 sapori.    
Lo stesso Livio narra che Tito Quinto, ritrovandosi in Grecia per combattere contro Antioco, essendo stato invitato dal nobile Galcidenze, dopo aver visto tanta varietà di cibo sul tavolo, sia in quantità che in qualità, chiede al padrone di casa " ma come è possibile tutto questo ? ". La risposta  è breve quanto esauriente.  " Questo  ben di Dio proviene dal porco domestico, con la sola diversità di preparazione  e condimenti vari. Capisco adesso perchè Varrone, scrittore e militare romano disse che il maiale ci è stato dato  per deliziare il mangiare e che quindi rappresenta il piacere. Ora tramite Plinio e Plutarco possiamo ritrovare i fatidici 50 modi di condire questa preziosa carne. Ma! tranquilli, non scappate via perchè mi soffermerò  soltanto al punto 8 di tale rassegna, ovvero la porchetta.      
Dunque....." il porco, da sei mesi a due anni, tutto intero, ripieno di erbe odorose in questa patria (Bologna ) non si consuma molto ad eccezione del giorno di San Bartolomeo, invece ( e qui abbiamo
  motivo di sprigionare tutto l'orgoglio per la mia regione ) nelle province dell'Umbria  e della Marca si ritrovano in gran quantità tutte le domeniche mattina. Con soddisfazione dei poveri che con poco riescono a fare pasto con la propria famiglia ". Parole sagge queste ma da da quale fonte 





provengono ? Qui cari amici mi si apre un mondo! Scopro che tutto ciò è stato tratto da "        L'Economia del cittadino in Villa ". Lo scittore, un certo Vincenzo Tanara                                 
http://it.wikipedia.org/wiki/Vincenzo_Tanara, famoso agronomo di Bologna , descrive nei minimi dettagli ogni aspetto della vita rurale dell'epoca. Diviso in sette capitoli, c'è da perderci la testa, tante sono le nozioni tramandate da quel dì.

Confesso che ho rischiato di scordarmi addirittura il motivo della mia ricerca, così accattivante è questo trattato. Ma......il testo è scaricato nell'IPad  e quindi possiamo ritornaci quando vogliamo. Dunque.. continuiamo verso l'itinerario della porchetta. Porchetta però che non è nata nel 1600 quando ci viene descritta dal Tanara. Già gli antichi Romani, riferendosi al maiale lo chiamavano ""carne ambulante " e quindi da gustare in abbondanza e sopratutto  in allegra compagnia. Sempre secondo Plinio, fu Publio Servio Rullo, il primo che portò a tavola tra i romani, il maiale intero arrosto. La cosa da allora, sicuramente, fu molto gradita al punto di doverla addirittura " censurare ". Troppa spesa veniva fatta da questi romani un pò megalomani, che usavano non sò quanti ingredienti, molti dei quali costosissimi, per riempire il maiale. A proposito questa pietanza veniva chiamata il " porco 



troiano " per rimandare al cavallo di Troia " riempito " però di soldati armati.
Romani Romani......ma veramente avete creduto che fossero loro i primi a detendere il primato della porchetta? In verità si dice che già da tempo i Greci ( e ti pareva ) consumavano il maiale così " forgiato ". Sempre l'economo della Villa  ci racconta e descrive la magnificenza delle nozze di un certo Cerano di

Macedomia, tramandate da Ateneo. Dopo cinque cambi di portata e tavola, balli, salti e canti, comparve alla fine un grosso porco cotto arrosto, posto in un grandissimo piatto quadrato d'argento. Da allora, tante cose sono cambiate, nuove esperienze culinarie si sono aggiunte ai 50 modi annunziati precedentemente. E sapete perchè ?........Perchè non solo ogni città o terra ha contribuito a fornire ricette, ma anche ogni singola casa. Così che alle 50 modalità di cottura se ne sono aggiunte più del doppio. In qualsiasi modo si prepara però, la carne del maiale, secondo sempre Vincenzo l'economo, rimane una carne adatta a un pubblico con stomaco forte o grandi faticanti. Ci vuole fisico per smaltire tutto ciò. Non si può definire sicuramente " una carne da dottori, scrittori, pittori e via dicendo ". Veramente " cose dell'altro mondi " , però sempre curiose da conoscere. In fine è da sapere che con la porchetta nascono la figure dei porchettari, come vengono nominati dal libro della pesa del macello del 1682, ovvero coloro che oltre la salata offrivano alla gente la porchetta. E già con il tempo siamo passati dai banchetti e dalle libagioni, a un vero e proprio mercato, con tanto di regole e statuti. Scopriamo dunque, che la lavorazione della porchetta faceva parte di una regolamentazione che l'Annona imponeva con leggi ben precise. Così la porchetta, doveva essere ben cotta per essere venduta nella Piazza Grande di Ancona a 24 quattrini per libbra. Il maiale, non doveva superare il peso di 100 libbre e condita con aglio e finocchio. Tutto questo fà parte ormai del passato e anche se il passato ci aiuta meglio a capire il presente, che realtà completamente diversa ci si presenta ai nostri occhi. Intanto il Porchettaro l'ho sostituito con il macellaio di fiducia, che avrebbe dovuto pagare una pesante sanzione ( nell'epoca antica ) per aver superato di molto il peso richiesto. Doveva essere in realtà, una porchetta per quattro persone e ci siamo ritrovati invece un vero e proprio " porco troiano ". Che fare ? rinunciare 
all'impresa ? e tutto il lavoro di ricerca di questi giorni ? No ! decidiamo di affrontare comunque l'ardua impresa.
Innanzitutto prima difficoltà: non entra in frigo e quindi ? non possiamo di certo aspettare la domenica mattina per cucinarlo. Così h.: 13:00  in pieno sole  con 30 ° quasi, il baldo cuciniere Giorgio si arma ( nel vero senso della parola ) di calma e sopportazione per accendere il fuoco. A dorso nudo fa provvista di legna, la stipa ben bene nel forno, un due e tre e il fuoco è acceso. Tra ciocchi, rami e pigne la fiamma si fa sempre più ardente. Nel frattempo, si appresta alla pulizia del vecchio braciere, che servirà poi per appoggiarci la porchetta. E' veramente un vecchio braciere che abbiamo trovato in uno dei camini della nostra casa. La ruggine si sa, fa parte del tempo che passa, ma forse è meglio eliminarla. E così carta vetrata, limone, olio  e "olio di gomito" e .......torna bella bella come nuova.
Intanto la temperatura è arrivata a 300°, è ora di togliere la brace.Niente di più facile per il " draghetto, ormai diventato rosso fuoco dal caldo e dal sole. E così sfodera, come se fosse una sciabola, prima la paletta e poi la scopetta e il forno è pulito e lucido come un pavimento passato con mastrolindo. Occorre ora trovare qualcosa da mettere sotto la porchetta per non farla scolare direttamente nel forno, ovvero " una leccarda ", che raccolga tutti i succhi della carne. Trovato ! una grande teglia andrà bene. Così avvolgiamo la porchetta nella carta stagnola e ora come se fosse una enorme caramella, la spingiamo all'interno del forno.
Il tempo passa e dopo tre ore circa facciamo la verifica di cottura togliendo l'alluminio. Direi che l'aspetto promette bene! e qui entra il mio tocco.
Prendo rosmarino, finocchio selvatico, cipollotto tagliato a spicchi e..........


Piccola parentesi. Stamane, dal nostro ortolano di fiducia, ci vengono regalate due sporte di tolle. Ci viene detto che sono gli scapi floreali dell'aglio. Ma siccome per abitudine, non mi fermo mai alla prima.....definizione, corro a casa e ritrovo il suo significato in un libro di giardinaggio. Chiamatii anche cutilli e/o crastatielli, sono in reltà si gli scapi floreali dell'aglio, ma non di un aglio qualsiasi, ma addirittura del rinomato aglio rosso di Sulmona. Questi devono essere asportati, perchè la pianta venga stimolata a formare i bulbilli. Bè sembrano che siano una vera specialità , conservati sott'olio o in agrodolce. Cosa c'è  di meglio che sperimentare subito qualcosa. Allora, chiusa parentesi, riprendo rosmarino, finocchio selvatico, cipollotto tagliato a spicchi, pepe in grani e un pò di tolle e con una Ginnes in mano, mi avvacino al forno, lo apro, verso la birra nella leccarda e metto tutti gli aromi già citati prima.Continua la cottura e intanto in cucina c'è chi prepara una teglia di pomodori e zucchine



ripiene di riso, " sai, già che il forno è acceso approfittiamo..."


Ancora trenta minuti, è ora di girare la porchetta, che bucarellata con un coltello, raccoglie meglio il sughetto che con un mestolo versiamo sopra. Ragazzi c'è un profumo........da rimanere estasiati.




Sicuramente, aver comprato la porchetta già cotta, ci avrebbe risparmiato tanto tempo e fatica, ma vuoi mettere il 
" sapore caslingo " dal " comprato fatto e tutto ? " 
Cari signori un'altra cosa.... credetemi !.
Ora capisco perchè dall'epoca degli antichi greci si mangia la porchetta.
Perchè è una vera ghiottoneria !!!!!!

lunedì 3 giugno 2013

" Tempo di vacanza: destinazione insalata greca con la cariatidenelcuore "

Ormai, anche se il tempo fa le bizze,siamo arrivati alle porte dell'estate.
Estate che da sempre é sinonimo di vacanze.
Vacanze che vengono sognate un anno intero.Mete, itinerari, alberghi, camping e chi più ne ha più ne metta ma............" e qui casca l'asino " quest'anno c'é qualcosa di diverso.
Quel qualcosa che, dopo attente considerazioni ti fa alla fine dire " non si parte più ".
Tanti sono i problemi che ci affliggono in questo periodo e sempre più persone al giorno d'oggi sono costrette a rinunciare alle fatidiche vacanze.
Ma perché annullare i sogni coltivati con tanto amore?
Perché non concedersi lo stesso un " adesso stacco la spina per un po' ? ".
D'altronde si può partire anche senza percorrere km su km.
Viaggiare si può anche senza file interminabili in autostrada, senza ritardi di aerei, navi, treni........, senza  corse all'ultimo minuto.
Ma come?
"Partiamo" dal significato della parola viaggiare.
La pimpinella
           
Viaggiare significa " lo spostamento che si compie da un punto di partenza a un'altro, di solito distante dal primo " come attesta Wikipedia. Ma! e sottolineo ma! Ci si può spostare anche senza muoversi fisicamente, rimanendo materialmente ognuno nel proprio luogo di appartenenza.
E allora voi mi direte " che viaggio é se poi non vado da nessuna parte? ".
Olive greche, feta e pimpinella 

Ebbene basta pensare a una semplice cosa per comprendere a pieno il significato del mio pensiero.
Il viaggio alla fine che cosa é ? È quel qualcosa che ci arricchisce dentro.
Una miriade di emozioni, sensazioni rimangono indelebili dentro di noi come " marcate a fuoco ", ogni volta che entriamo in contatto con nuove esperienze.
Tramite i nostri sensi raccogliamo informazioni che vengono salvate nel nostro animo.
Il nostro cuore, come la memoria di un computer, non elimina nessun file archiviato.
Nel nostro cuore non c'é il cestino come sul desktop del Pc e non c'è problemi di memoria esaurita, perché la nostra memoria é infinita, anche se a volte non ce ne accorgiamo.
La fontana di ripieno

E allora proprio come avremmo fatto accendendo il computer, accendiamo,il nostro cuore e apriamo la cartella che più ci aggrada.
La mia cartella preferita, sotto la voce " vacanze " é........... tanto per cambiare riferita alla Grecia.
Nero di seppia nell'impasto

Quanti ricordi affiorano al solo pensiero.
Persino " la prima volta " in terra ellenica, anche se risale a tanti anni fa é così viva dentro di me, come se si parlasse della settimana scorsa.
La prima volta,il primo contatto con un mondo nuovo, la prima insalata greca .
Ecco dove voglio andare, voglio andare a ritrovare la sensazione che mi ha dato il primo assaggio dell'insalata greca.
Voglio tuffarmici dentro, come se fosse l'Egeo, sentire il suo profumo, il suo gusto, la sua particolarità.
Allora proprio come in un viaggio che si rispetti, prima di partire raccogliamo informazioni che potrebbero ritornarci utili a destinazione avvenuta,
" Partendo " dal fatto che il pomodoro é arrivato in Grecia nel 1818, non si può parlare d'insalata greca sicuramente prima di questo periodo.
Addirittura sembra che la " Σαλάτα " sia comparsa sulle tavole elleniche dopo la rivoluzione greca.
Prima di allora,  questo pasto frugale, veniva consumato con gli ingredienti mangiati singolarmente.
I pomodori venivano assunti a mo' di frutto intero. La stessa cipolla, come il formaggio erano singole pietanze.Allora quando nacque la famosa insalata greca , così come la conosciamo noi, con tutti gli ingredienti a loro posto?
La storia ci racconta che nel 1909 un emigrante greco in America, forse preso dalla nostalgia della sua terra, decise di mettere un po' dei componenti dell'alimentazione greca, tutti insieme in una ciotola e mescolarli.
Fú un connubio di sapori,  come se l'Oceano Atlantico si fosse trasformato improvvisamente nel Mar Mediterraneo.
Addirittura dalla finestra di un grattacielo di New York si poteva, con un po' di fantasia, intravedere l'Acropoli, tanto si respirava aria di casa.
A questo punto so già a cosa state pensando? " diamine! Tutti questi discorsi per presentarci una semplice insalata ? " . E qui vi sbagliate di grosso! Non fatevi trarre in inganno dalla semplicità della ricetta, perché poi tanto semplice non é .........
Come un pittore che sceglie dalla sua tavolozza il colore base per l'opera che va a comporre, io scelgo il nero, o meglio il nero di seppia, d'altronde una volta questo liquido veniva usato come inchiostro.
Allora a mo' di piccoli scrigni al sentore di mare, decido di rappresentare la mia insalata greca preparando......" Ravioli al nero di seppia al profumo di insalata greca ". Perché proprio i ravioli? Perché  per la loro forma mi ricordano tante piccole isole profumate di mare. Il sentore del nero di seppia riporta con il pensiero al Mediterraneo, mentre il suo colore tanto assomiglia alla terra vulcanica di Santorini, dove appunto assaggiai la mia prima insalata greca. 
La sfoglia al nero di seppia

Allora siamo pronti a partire? Prepariamo prima le valige!
Ingredienti per la pasta: Farina di semola rimacinata, quanto basta per le uova.
Uova, sale, nero di seppia( io ho messo una vescica )
Ingredienti per il ripieno: Feta, olive ( di Kalamata ) , pimpinella' un erba spontanea ( sanguisorba minor ) dall'aroma di cetriolo e dal proverbio significativo " pimpinella l'insalata la fa bella ". Un uovo.
Ingredienti per la salsa di condimento dei ravioli: Pomodori da insalata ( non troppi verdi ), tagliati a fette, cipolla ( anch'essa affettata ), capperi e foglie di capperi ( di Kythira )' origano fresco, olio evo.
Preparazione: Mettere a fontana la farina, incorporare le uova, aggiungere un pizzico di sale e il nero di una vescica.Lavorare l'impasto e tirare la sfoglia.Da questa ricavare tanti dischetti da riempire con l'impasto precedentemente preparato e chiudere a mo' di raviolo.
E la pasta è fatta!!!!!
Poco prima di far bollire la pasta preparare la salsa. Adagiare nella padella, proprio come se fosse un insalata, le fette di pomodoro, con sopra quelle di cipolla.Tuffarci dentro i capperi e spolverizzare con l'origano fresco. Irrorare il tutto con olio di oliva e un pizzico di sale ( non troppo perché la feta é salata).
Fate appassire il sugo lentamente. A cottura ultimata ( il pomodoro deve essere appena sfatto ), condirci la pasta, ,mettendoci sopra altro origano fresco.
L'insalata di sugo
A piatti fatti devo dire che l 'esperimento é ben riuscito. Ciò che volevo ottenere l'ho ottenuto.
Intraprendere un viaggio sensoriale senza biglietto di ritorno!
Be'! Come idea niente male e voi che ne dite? 
Siete pronti a partire?
Ravioloni al nero di seppia al sugo d'insalata greca

Alla fine di questo post però voglio aggiungere una cosa per me molto importante, che spiega anche il significato della parola " cariatide " che ho messo nel titolo.
Non é stato questo un anno facile per me e non lo é ancora.
Un fulmine si é abbattuto sulla mia persona e mi ha travolto la vita.
Ma!....... In tutto questo trambusto mi sento di ringraziare colui che mi é stato così vicino da non farmi sentire mai sola. Si! Caro Giorgio grazie tante, senza di te sarebbe stato inutile qualsiasi sforzo fatto per  sopravvivere. Questo post lo dedico a te, a te che non hai fatto altro che sollecitarmi di continuo per continuare a scrivere nel mio blog." Devi scrivere nella tua Itaca, non devi smettere, perché tu scrivi con il cuore, e quello che scrivi si sente nell'animo' .
Queste sono state le tue parole. Non potevo far finta di niente.
D'altronde sentirsi dire " sei tu la cariatide che regge tutta la mia vita " non é cosa da poco.
Grazie ancora con tutto il mio amore.

mercoledì 6 giugno 2012

" Ad Anna Tamanini la sua Anedra in umido; Trento 15/dicembre/ 1891"

Una grande libreria tibetana, piena di libri di cucina è un po’ come un grande baule di noce o d’abete consegnato a mo di dote nuziale alle giovani spose di un tempo.
Certo non sono testi antichi, ma ironia della sorte, nascondono a volte nel loro interno, vecchi manoscritti.
E allora mi sento come una sposa appena diventata, che assieme al corredo, alla veste nuziale, alla candela benedetta, scopre nella vecchia cassa, ricette di cucina di secoli di vita.
Questa è la storia che vi vado a raccontare.
Tutto ha inizio venerdì pomeriggio, quando usciamo dal nostro macellaio di fiducia, con una bella anatra “ sottobraccio “.
“ Come la facciamo,come non la facciamo ?..........”.
Il vecchio baule
 Tappa d’obbligo la grande libreria di cui sopra.
 Apro, sfoglio, chiudo e sfoglio testi di continuo fino a quando non mi imbatto in uno dal titolo
La casa dell'anitra

L'anitra trentina
  “ Il Bauer, cucina,     tradizioni, ricette della cucina trentina“. Adesso che ricordo è un libro che ho comprato diversi anni fa, meta i mercatini natalizi.
Di primo acchito dà l’idea di una semplice raccolta di ricette, ma invece non ha niente a che spartire con tutto ciò.
La mia curiosità si fa più viva quando scopro una sezione dedicata a 12 menù.
Ma non sono menù tanto per dire, sono interi pasti ricavati da un antico ricettario del 1800 di Anna Tamanini.
Penso che sicuramente si deve trattare di una famosa cuoca dell’epoca, per essere riportata così ampiamente nel Bauer, soprannominato “ l’Artusi della cucina trentina “.
Ma……. Rimango di stucco,  quando dopo un in giorno intero di ricerca su internet ottengo risultati 0.
Niente da fare, questa Anna Tamanini sembra essere stata rispolverata dai coniugi Bauer per poi scomparire di nuovo.
Dovete sapere che Carlo Alberto e Anna Lucia Bauer avevano iniziato nel 1966 un grande lavoro di ricerca sulle ricette della cucina trentina. Le loro scoperte apparivano ogni settimana, sul quotidiano “ L’Adige di Trento “.
Il Bauer
Dal quotidiano al libro il passo fu breve. Un passo che dura tuttora, visto che, nonostante la scomparsa degli autori, a oltre 40 anni dalla sua nascita, è giunto alla 5 edizione.
E’ solo nell’edizione del 1980 però,  che compare il repertorio dei 12 menù estratti dal manoscritto ottocentesco di Anna Tamanini.
Sulle fonti del Bauer viene riportato infatti come “ libro di cucina della gastronoma trentina Anna Tamanini manoscritto e datato 15/ dicembre 1891 “.
Le ricette vengono presentate anche durante delle trasmissioni radiofoniche e Anna raggiunge un successo inaspettato in tutte le vallate del trentino.
Purtroppo non sono riuscita a scoprire  qualcosa di più su questa donna arrivata ai giorni nostri attraverso lo scritto delle sue ricette, narrate con semplicità e amore.
Fortunatamente la stesura delle varie preparazioni non è stata modificata. Sue sono le parole, suo quell’incedere elegante e nello stesso tempo chiaro  di stile di scrittura.
Così non potendo approfondire su questa cuoca misteriosa, cerco di scoprire qualcosa di più sui ricettari in genere.
Vengo a sapere allora che, dal medioevo a buona parte del’ottocento, nessuna donna era ritenuta all’altezza di svolgere i lavori di cucina, dove si preparava cibo di un certo livello.
Le pratiche di cucina, comprese le tecniche di cottura e i trucchi del mestiere, vengono riportate da prima oralmente e poi trascritte nei primi ricettari e passate come prezioso bagaglio, da padre a figlio. Pentole e fornelli, un lavoro esclusivamente da maschi.
Alle donne spettava solo il ruolo di “ sguattera “. Poteva solo sbirciare tra pentole varie e  “rubare con l’occhio”.
Questa era la realtà lavorativa di allora, ma a casa le cose cambiavano. Era la donna infatti, ad occuparsi del cibo per tutta la famiglia. Era lei che pensava al modo migliore per sfamare i suoi cari.
A un certo punto però, le cose cominciano a cambiare. I nobili sono costretti a ridurre il numero dei servi e così molte sguattere vengono convertite in cuoche ( il loro salario era inferiore a quello degli uomini ).
La cipolla empita di aromi
Ecco che le donne passano “ di grado “, diventando ottime chef.
Ingredienti poveri si uniscono a cibi ricercati dando vita a una nuova cucina dai sapori più ricchi e veri.
Ora è la donna che inizia a trascrivere il suo sapere. Ricette che faranno parte non solo del mondo dei signori, ma anche della propria famiglia. Ricette che verranno tramandate di generazione in generazione e spesso passate come dote alla propria figlia che si sposa.Ritrovo in queste mie parole un po’ di Anna Tamanini. Si ! è così che la voglio ricordare, come una cuoca ( magari al servizio di signori ) che nel 15/ dicembre del 1891 decide di scrivere le sue ricette per prepararle alla dote della figlia che si sposa.
L'anedra
Brandelli di storie che purtroppo rimarranno ancorate alla fantasia che cerca di rimpiazzare i tasselli mancanti !
L'anedra rosata
E’ vero, alcuni tasselli non ci sono più, ma che importa se rimangono comunque le parole del suo manoscritto.
Pane trito
Voglio lasciare la ricetta così come è, senza cambiare neanche una virgola.
Anedra in cottura
Basterà copiarla, lasciando a voi il compito di interpretazione.
Grazie
Un interpretazione non tanto per la spiegazione della preparazione e cottura della pietanza, quanto invece per il modo di scrivere, dell’esporre i pensieri.
Chissà forse insieme potremmo scoprire qualcosa di più e riportare alla luce l’identità vera di una donna che ancora ci sta parlando a distanza di secoli.
Il mio manoscritto
Ricordando

Un pensiero per te

Uffa !.............ancora fantasia……………ma chissà.



“ Anedra in umido “

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Metti all’interno nell’anedra [ anitra ] dopo averla ben pulita, una cipolla grossa già empita di aromi, poi cuocila in una casseruola con burro, poco lardo e falle acquistare colore rosso.
Indi prendi pane trito e coll’unto dell’anedra fallo friggere dentro una padella.
Poi mettevi tre bicchieri di vino bianco e buono, poche erbe aromatiche e dopo pochi momenti di bollitura getta ogni cosa nella casseruola dell’anedra.
Ma prima getta via tutto l’unto e mettevi brodo se il vino bianco non è bastante, per cuocerla bene avanti di portarla in tavola con un poco di umido dentro.
                                                                                                              Anna Tamanini